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Manifesto di Ventotene: proviamo a capire quanto ha veramente inciso sull’assetto europeo

Un momento a Piazza del Popolo durante la manifestazione ‘Una piazza per l’Europa’, Roma, 15 Marzo 2025. ANSA/GIUSEPPE LAMI

“Disarmare le parole” è stato l’accorato appello, che Papa Francesco ha lanciato dal suo letto di Ospedale nella lettera inviata al “Corriere della sera”. Ma, purtroppo, constatiamo che ciò non è avvenuto a proposito del Manifesto di Ventotene. Infatti, i toni con cui la premier Meloni ha citato, nel suo intervento alla Camera, parti di questo documento, redatto nel 1941 da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e  Eugenio Colorni, al confino fascista sull’isola di Ventotene, hanno scatenato una virulenta polemica (e si noti che “polemica” viene dal greco “polemos” che vuol dire “guerra”) tra la maggioranza e quasi tutti i partiti dell’opposizione, che hanno usato, a loro volta,  parole di certo “non disarmate”, con l’effetto commerciale di far crescere in modo esponenziale la vendita del testo citato (come dicono alcuni librai).

Aristotele aveva insegnato che la parola (in greco logos = ragione), propria dell’essere umano, serve per ragionare. Pertanto, adesso, cerchiamo di dare il nostro piccolo contributo al dibattito, ancora in corso, ragionando sul suddetto documento e su quanto abbia inciso o meno sull’attuale assetto dell’Europa.

Rispetto per chi non ha piegato la schiena alla dittatura fascista

Innanzitutto, bisogna avere rispetto per tutte quelle persone, che come Spinelli, non hanno piegato la schiena alla dittatura fascista, pagando con il carcere e il confino i loro ideali di libertà. Inoltre, dobbiamo riconoscere il contributo che Spinelli ha dato per la creazione dell’Europa unita. Precisando, però, che non è stato né il primo né il solo. Infatti, dopo la I guerra mondiale, Luigi Einaudi aveva affrontato la questione e, poi, anche il francese Jean Monnet e il belga Paul-Henri Spaak, solo per citare qualche nome.

Cosa dice il manifesto

Ma cosa dice il Manifesto “Per un’Europa libera e unita”? Qual è la sua visione di Europa unita? Nel Manifesto, a mio avviso, si notano venature di matrice marxista, quando si dice, ad esempio: “[…] La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita […]”. Di conseguenza, “la proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio”, come invece era avvenuto per il comunismo sovietico (notiamo, però, che anche per la tradizione cristiana, la proprietà privata è sì un diritto, ma non assoluto e intoccabile, come si legge nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, n. 177). Pertanto, l’auspicata rivoluzione europea socialista avrebbe avuto delle ricadute non gradite, secondo il Manifesto, sui “grandi proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie […]”. Inoltre, dal documento traspare una forte sfiducia per la prassi democratica e le capacità di discernimento sociale e politico del popolo: “[…] Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. […] Il popolo ha sì alcuni fondamentali bisogni da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie. Con i suoi milioni di teste non riesce ad orientarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta fra loro […]”. Per questo, secondo gli autori del Manifesto, bisogna riconoscere che “la metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria […]”, e di conseguenza, durante tale periodo critico “spetta a questo movimento organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le masse rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate”. Notiamo che una tale affermazione equivale a dire che le decisioni piovono dall’alto sulle persone, considerate in uno stato di minorità, alla faccia della democrazia (= governo del popolo); infatti, le scelte sono compiute da coloro che formano una sorta di élite perché hanno “la coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna […]”, e sono ancora costoro che attingono “la visione e la sicurezza di quel che va fatto non da una preventiva consacrazione da parte dell’ancora inesistente  volontà popolare”. E pertanto, a costoro, non eletti dal popolo, spetta di dare “le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle informi masse”.  Nel Manifesto, inoltre, si precisa che “attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato, e intorno ad esso la nuova vera democrazia”. Il documento mette in guardia dal pericolo del “ritorno del potere nelle mani dei reazionari” perché ciò  causerebbe, fra l’altro,  che “i generali tornerebbero a comandare, i monopolisti a profittare delle autarchie, i corpi burocratici a gonfiarsi, i preti a tener docili le masse”. E anche sul Concordato “con cui in Italia il Vaticano ha concluso l’alleanza col fascismo”, il Manifesto dichiara: “andrà senz’altro abolito per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile”. Si potrebbe, a mio parere, discutere sul Concordato della Chiesa con lo Stato fascista, come aveva fatto anche don Sturzo, ma affermare “la supremazia dello stato sulla vita civile”, significa la negazione del principio di sussidiarietà, esplicitato nel 1931 nella Quadragesimo Anno, caro al Magistero sociale della Chiesa e inserito nella futura Costituzione della Repubblica Italiana.

L’evoluzione del pensiero di Spinelli

A questo punto, occorre, in primo luogo, osservare che lo stesso Spinelli, alcuni anni dopo aveva modificato diversi contenuti del documento. Lo stesso suo itinerario politico ha registrato alcuni  mutamenti, a cominciare dalla sua iscrizione al PCI, da cui venne espulso nel 1937, e poi la sua adesione al partito socialista e, ancora, altri percorsi nel dopo guerra, nel MeF. Pertanto, penso che si potrebbe dire che è stata scatenata una tempesta in un bicchiere d’acqua e che lo stesso Spinelli, con molta probabilità, non condividerebbe la bagarre della sinistra (compresi anche alcuni gruppi cattolici), che idolatra il suo Manifesto, come fondamento dell’Unione Europea. Ciò non toglie che  un punto fermo del documento, da apprezzare, è quello di tendere a realizzare l’unità europea per assicurare ai popoli tempi di pace, superando i sempre nocivi nazionalismi: “Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto”.

De Gasperi, Spinelli e l’unità europea

 A sua volta, anche De Gasperi affermava di sentire “in modo perentorio di giungere ad una forma unitaria di questa nostra Europa per consolidarne le conquiste sociali e le forme democratiche per le quali lavoriamo così dura­mente e per assicurarne così la pace”. L’ideale di un’Europa unita era, dichiarava ancora De Gasperi, “[…] l’aspi­razione che io, noi tutti e tanti italiani sentiamo, sia pure in forme diverse […]”. Su questo terreno, Spinelli incontra De Gasperi, e i due hanno modo di collaborare, pur avendo visioni diverse. Anzi, bisogna aggiungere che fu proprio Luigi Einaudi, Presidente della Repubblica Italiana, che nei primi mesi del 1952, propose a De Gasperi la collaborazione con Spinelli (già nel Movimento federalista europeo), e con altri “federalisti veri”. E De Gasperi aveva accettato questa collaborazione, come fece con altri, perché era convinto che per creare l’Europa unita bisognava dialogare con tutti, anche partendo da posizioni diverse. Quindi si trattava di una base ferma, senza la quale non si sarebbe andati da nessuna parte. E su questo aspetto le parole di De Gasperi, in un suo discorso del 4 novembre 1950, sono emblematiche:  […] noi e tutti gli euro­peisti sentiamo in forme diverse l’esigenza e il modo dell’unione”. E c’è di più, perché De Gasperi giudica in modo positivo questo dato di fatto, su cui si può innescare un dialogo per un fruttuoso discernimento: “è bene che vi sia questa diversità di opinione, di metodo, di programma strutturale, poiché attraverso la discussione e l’esame delle varie possibilità, potremo anzitutto affinare noi stessi e po­tremo con l’esperienza fissare quanto vi è di essenziale per lo scopo comune. Bene vengano quindi le diverse concezioni dell’Europa unita, che si esprimono nei vari movimenti; ma guardiamoci, se vogliamo essere uomini e europeisti responsabili, dall’irrigidirci sul raggiungimento immediato di determinate formule o strut­ture. Collaboriamo insieme tutti per risolvere l’innegabile diffi­coltà e fissare le migliori formule […]”. E ancora ribadiva: “Noi vogliamo veramente la pace e, mentre diciamo di volerla, lavoriamo per unire l’Europa”. La precisa volontà di raggiungere una finalità così alta e importante per la vita dei popoli europei implica la disponibilità di ciascuno a fare “concessioni e rinunce”, a superare “posizioni da difendere”, e ad aggi­rare eventuali ostacoli, più o meno importanti, magari radicati nella propria Storia. In breve, per sanare le vecchie e nuove ferite, il nazionalismo doveva  essere superato da una maggiore e più autentica fedeltà all’Europa nel suo complesso, premessa fondamentale di stabilità e di pace.

Il ruolo dei leader cattolici nella formazione dell’Ue     

Inoltre, bisogna riconoscere che storicamente le istituzioni europee hanno ricevuto una forte impronta da Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi, tutti e tre cattolici, che si richiamavano alle comuni radici cristiane dell’Europa. Come scrisse Adenauer: “De Gasperi aveva quel grande senso del dovere storico che la comune eredità cristiano-occidentale impone ai popoli europei”.E infatti, il riferimento simbolico viene da lontano, e cioè dal Sacro Romano Impero, tanto che il massimo riconoscimento europeo è il “Premio Carlo Magno”, che fu conferito, nel settembre 1952, a De Gasperi, il quale, nel suo discorso di ringraziamento, evidenziò che proprio da Aquisgrana era partito, molti secoli prima, “un sogno di unità”, mai realizzato a causa di guerre e di divisioni, ma, adesso: “la nostra generazione sta creando un’unione europea”, puntando al superamento dell’egoismo nazionale a favore di “una reale comunità di Europa”.

I pilastri dell’Ue secondo Papa Francesco

Il  24 marzo 2017, Papa Francesco, ricordando i Trattati del 1957, ha indicato i pilastri della Comunità economica europea: la centralità dell’uomo, una solidarietà fattiva, l’apertura al mondo, il perseguimento della pace e dello sviluppo, l’apertura al futuro. E sottolineava: “L’Europa ritrova speranza quando l’uomo è il centro e il cuore delle sue istituzioni”.

E’ sotto gli occhi di tutti il diffuso euroscetticismo, ed è anche vero che l’Europa, come si dice da molte parti, ha bisogno di ritrovare una sua linfa vitale. Infatti, come già notava Rosmini,  anche le istituzioni più importanti, con il passare del tempo invecchiano e si vanno deteriorando. L’Europa è un organismo vivo, quindi soggetto a invecchiamento (papa Francesco l’aveva paragonato a una “nonna” un po’ stanca) e perciò ha bisogno di un profondo rinnovamento, che comporta nuove riforme istituzionali, per fare fronte alle grandi sfide del nostro tempo: una integrazione sempre più piena, un fisco europeo il più possibile equo; una politica estera autorevole; una difesa comune (già auspicata anche da De Gasperi, la CED);allargamento ai Paesi che ancora non ne fanno parte. E ancora: “le esigenze di innovazione economica e tecnica (es. l’Intelligenza Artificiale), di sicurezza, di cura dell’ambiente e di custodia della “casa comune”, di salvaguardia del welfare e dei diritti individuali e sociali (…)” (così i vescovi europei, nel loro documento, prima delle ultime elezione europee del 2024).

Ma la sfida più importante è sul versante etico, a partire dalla considerazione che “non ci sarà l’unità dell’Europa fino a quando essa non si fonderà sull’unità dello spirito”, e tale unità, notava Giovanni Paolo II, fu portata e consolidata dal cristianesimo, il quale ancora oggi “può fornire un importante contributo allo sviluppo culturale e sociale europeo nell’ambito di una corretta relazione fra religione e società”.

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